CHI ERANO I MESSAPI

I messapiSulla scia delle antiche rotte navali dei Micenei la prima terra che, dopo la traversata egea, appariva all’orizzonte, era quella salentina. Per identificarla venne denominata dai Greci, forse coloro che per primi colonizzarono Metaponto, Messapia, la “terra tra le acque. Per uno strano caso del destino Messapia divenne con il tempo, “la terra tra i due mari”: lo Jonio e l’Adriatico – così come la Mesopotamia era “la terra tra i due fiumi”: il Tigri e l’Eufrate -. Ma Messapia, ancor prima Metapia, era anche “la terra di mezzo”, collocata tra il territorio occupato dagli Iapigi e il mondo greco degnamente rappresentato dai coloni spartani che, guidati da Falanto, alla fine dell’VIII sec. a.C. fondarono la colonia laconica di Taras (Taranto).

 

La terra di mezzo vista a tratti come un eldorado era suddivisa in Kalabría a settentrione e Sallentina a meridione e coloro che la abitavano, i Calabri e i Sallentini, appartenevano a due tribù distinte degli Iapigi.

Agli Iapigi, famigerati pirati senza scrupoli come i loro progenitori illirici, si attribuiva un antenato comune, Iapige, figlio di Dedalo, architetto del labirinto in cui il re Minosse rinchiuse il Minotauro, e di una donna cretese.

Il riflesso della formazione della stirpe iapigia si riverberò nel mito tramandato da Antonino Liberale, secondo il quale Iapige, Daunio e Peucezio, figli del sovrano arcade Licaone, organizzarono una spedizione nella quale confluirono, in un momento successivo, numerosi elementi illirici posti sotto l’egida di Messapo, un condottiero di sangue reale, originario della Beozia. Daunio, Peucezio e Messapo con i loro eserciti di uomini, donne e bambini, dopo aver attraversato il mare Adriatico, approdarono in Puglia, dividendo il territorio in tre parti, che, in loro onore assunsero rispettivamente il nome di Daunia (corrispondente all’attuale provincia di Foggia), Peucezia (attuale provincia di Bari) e Messapia (attuali province di Lecce, Brindisi e parte di Taranto). In realtà oltre alla leggenda contribuì a voltare pagina la storia

Nella prima metà dell’VIII sec. a.C., attraverso i flussi migratori etnici sul Canale d’Otranto, la Messapia era entrata in contatto con l’universo balcanico speculare a quello salentino. Gli intensi rapporti con le genti illiriche, stanziate nella parte corrispondente all’attuale nord dell’Albania, non traevano linfa vitale solo da corrispondenze onomastiche e toponomastiche tra le due regioni transfrontaliere, ma anche da oggetti della cultura materiale e dalla conoscenza di nuove tecniche in primis quelle metallurgiche basilari per migliorare il rendimento dei terreni agricoli. Sulla base delle fonti letterarie e della ricerca archeologica sono stati definiti convenzionalmente i confini territoriali della Messapia. Quello settentrionale, in virtù di caratteristiche culturali come la presenza della trozzella nei corredi funerari, è stato fissato lungo la linea di demarcazione ideale tra Egnazia e Ginosa, mentre il limite meridionale correva lungo l’Akra Iapyghia, coincidente con l’estrema propaggine di Leuca.

Nonostante l’estenuante ricerca, la conoscenza degli insediamenti messapici si limita in molti casi alla loro estensione e in sporadici casi alla loro pianificazione urbanistica. Va anche premesso che spesso il livello di conoscenza varia e si concentra sulla distribuzione e la frequenza degli abitati disseminati lungo il territorio. Senza ombra di dubbio la scelta insediativa da parte dei Messapi non fu casuale, ma rispose a precisi criteri di sopravvivenza. La soluzione ideale coincideva con l’installazione strategica su piccoli promontori, delimitati da qualche insenatura, da dove si potevano dominare contemporaneamente gli sbarchi dal mare e la circolazione nell’immediato entroterra. Solo quando la costa era insalubre l’insediamento veniva fondato all’interno in posizione più defilata, ma sempre e comunque, protetta. La difesa venne ulteriormente affidata a strutture artificiali, costituite dapprima da pietrame informe e successivamente da mastodontiche fortificazioni costituite da grossi blocchi squadrati disposti di testa e di taglio, secondo la caratteristica tecnica costruttiva greca.

Recenti studi, associati a scavi archeologici condotti da Università del Salento e Soprintendenza Archeologica della Puglia, hanno sfatato il mito che ad un sito fortificato dovesse corrispondere un rinomato centro come, ad esempio, Manduria (71 ha.) o Egnazia (42 ha.) Si sono rivelati, invece, siti dominanti, che in genere superavano l’estensione di 100 ha., Nardò (110 ha. circa), Ugento (145 ha.), Muro Leccese (107 ha. circa), Rudiae (100 ha.) Oria (118 ha. circa), Ceglie Messapica (118 ha. circa), che svolgevano ruoli strategici nel sistema poleogenetico della Messapia. Intorno a questi si disponevano gli insediamenti di media grandezza, dai quaranta ai sessanta ettari, come Cavallino (69 ha.), Lecce (45 ha.), Ostuni (48 ha.), Carovigno (69 ha. circa), Muro Tenente (52 ha.) e Vereto (40 ha. circa). Un caso a parte rappresentava Soleto (88 ha.) rientrante tra i centri di notevoli dimensioni. Il tessuto connettivo era intersecato anche da porti e da approdi, fondamentali per controllare la costa e chiunque venisse dal mare. Venivano così salvaguardati a monte gli interessi politico-commerciali e la sicurezza individuale collettiva. Se nell’VIII sec. a.C. gli abitati erano ancora disposti a corona lungo le coste, la metamorfosi che si registrò a partire dal VI sec. a.C. portò all’impianto dei siti prevalentemente nell’entroterra.

Questo cliché, di tipo cantonale, è stato riscontrato sia sul versante adriatico (Carbina, che sorgeva dove ora si estende Carovigno, e Torre S. Sabina, S. Vito dei Normanni e Ostuni, Valesio e Torre S. Gennaro, Lecce e S. Cataldo, Cavallino e Roca/Torre dell’Orso, Vaste e Otranto e successivamente Castro, Vereto e Leuca in età romana S. Gregorio) sia su quello jonico (Nardò e S. Caterina, Alezio e Gallipoli, Ugento e Torre S. Giovanni).

Altro elemento degno di nota è il ruolo redistributivo di alcuni centri, come Otranto e, in seguito, Brindisi e Torre S. Sabina, interlocutori privilegiati dei mercanti che battevano le rotte del medio-alto Adriatico, attivando empori per custodire le loro merci dall’assalto dei pirati.

 Attraverso questi vettori, facenti capo dapprima a Itaca, Corinto e Corfù e successivamente anche a Samo e a Cnido, i prodotti venivano commercializzati, eludendo qualsiasi ingerenza da parte della temibile colonia spartana di Taranto sempre pronta a razziare, schiavizzare e sconfinare a prezzo della guerra.

Eppure l’interazione tra le varie esperienze culturali di matrice greca e quelle assimilate dalla società messapica segnò la svolta che portò all’identità di una delle civiltà più originali del panorama italico, che, senza ombra di dubbio, si sta rivelando unica per usi e costumi quotidiani e funerari, evoluzione degli insediamenti, tradizioni e produzioni artistico-artigianali, pratiche religioso-cultuali, sovrastrutture sociali e scambi commerciali nel solco di una storia avvolta ancora nel mistero.

Nonostante il frequente contatto con la civiltà greca, i Messapi conservarono per lungo tempo caratteri culturali precisi e distinti: è il caso, ad esempio, della produzione di un contenitore per acqua, chiamato “trozzella”, diffuso in tutto il territorio messapico dalla metà del VI al III secolo avanti Cristo e particolarmente attestato in numerose sepolture femminili.
Alla metà del III secolo a. C., con la conquista da parte dei Romani, la civiltà messapica iniziò il suo rapido declino.

 

Testo a cura di Lory Larva

 


 

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